Di notte la città rallenta, ma dentro di noi il lavoro continua: il cuore si assesta, il fegato produce colesterolo, la pressione arteriosa cambia ritmo. È qui che l’orologio biologico dialoga con la terapia. E, a volte, le decisioni prese al tramonto valgono più di quelle al mattino.
L’orologio del corpo e la cura che lo segue
Molti prendono le pastiglie all’alba. È comodo. È abitudine. Ma il corpo non legge l’agenda. Segue un ritmo circadiano preciso. La pressione scende di notte e poi risale, con un picco mattutino. È il momento in cui gli eventi cardiaci sono più frequenti. Intanto, il fegato lavora in silenzio. La sintesi di colesterolo è più intensa proprio mentre dormiamo.
Lo vedo in tante routine quotidiane: la compressa vicino allo spazzolino, la bottiglietta d’acqua sul tavolo. Piccoli promemoria che facilitano l’aderenza terapeutica. Ma l’assunzione serale può sintonizzarsi meglio con la fisiologia. Non sempre. Non per tutti. Tuttavia vale chiedersi se l’orario che ci è comodo è anche quello che aiuta di più il corpo.
La cronofarmacologia serve a questo: mettere in riga farmaci e orologio interno. Non è una moda. È un modo per usare le stesse molecole con più intelligenza. La domanda è semplice: quando una compressa lavora davvero al massimo?
Quando la sera può fare la differenza
Partiamo dal colesterolo. Le statine con emivita breve, come simvastatina o fluvastatina, agiscono meglio se assunte la sera. Colpiscono la sintesi notturna e riducono più efficacemente l’LDL. Per le statine a lunga durata, come atorvastatina o rosuvastatina, l’orario conta meno: la copertura resta stabile nelle 24 ore. Se la pastiglia serale ti fa dimenticare la dose, meglio scegliere un orario che garantisca costanza. L’aderenza resta la prima terapia.
Sulla pressione arteriosa, il quadro è più sfumato. Alcuni pazienti non “dippano” di notte e al mattino hanno un forte “morning surge”. In questi casi, la dose serale può appiattire i picchi e migliorare il profilo pressorio nelle 24 ore. Il monitoraggio ambulatoriale (le 24 ore con holter pressorio) aiuta a capirlo. Ma i grandi numeri invitano alla prudenza: uno studio su oltre 20 mila persone non ha trovato differenze negli eventi maggiori tra assunzione mattutina e serale degli antipertensivi. Il messaggio operativo è chiaro: scegli l’orario che ti assicura regolarità, e valuta l’opzione serale se hai picchi all’alba o una pressione notturna poco controllata.
Esempi concreti? Se prendi un ACE-inibitore o un sartano e il tuo profilo mostra rialzi al risveglio, la terapia al letto può offrire copertura nel tratto più critico. Se, invece, la tua pressione cala molto di notte, spostare tutto alla sera non è una buona idea. Qui conta la personalizzazione, non lo slogan.
Un trucco semplice: lega la compressa a un gesto serale stabile, come impostare la sveglia o chiudere le tapparelle. Funziona più di mille promesse. E non cambiare orario senza confrontarti con il medico, specie se assumi più farmaci o hai comorbidità.
In fondo, l’obiettivo è uno: massimizzare la protezione cardiovascolare con scelte piccole ma sensate. La città si spegne, il cuore continua il suo turno. Qual è l’ora in cui la tua cura lavora meglio con te, non contro di te?



